Perché le mappe catastali storiche servono ancora oggi
Chi lavora con i dati territoriali si trova spesso a dover confrontare la situazione attuale di un terreno o di un edificio con quella di due secoli fa. Capire come era disegnata una particella nel catasto ottocentesco aiuta a ricostruire l’evoluzione di un centro storico, a verificare un confine conteso, a studiare il reticolo idrografico prima delle bonifiche o a documentare un dissesto che si ripete nello stesso punto da generazioni. In Italia questo patrimonio cartografico esiste: il caso più noto è il catasto leopoldino toscano, digitalizzato e reso consultabile online dal progetto CASTORE della Regione Toscana, ma lo stesso approccio vale per qualunque archivio storico georeferenziato nel resto del paese.
Il catasto leopoldino: cos’è davvero
Il nome “catasto leopoldino” indica il Catasto Generale di Terraferma, promulgato nel 1765 da Pietro Leopoldo, abbandonato nel 1785 e ripreso nel 1817 da Ferdinando III: per questo gli storici parlano più correttamente di catasto leopoldino-ferdinandeo, completato nel 1835. È un errore ricorrente attribuire a questo nome tutte le mappe ottocentesche di un territorio: nella stessa area, a seconda della provincia, si trovano anche sistemi catastali diversi, come il catasto borbonico o quello estense, nati da riforme diverse e con rilievi diversi. Prima di citare una mappa storica in un progetto conviene sempre verificare a quale catasto appartiene davvero.
Un esempio concreto: il progetto CASTORE della Regione Toscana
Un caso utile per capire come si lavora con questi archivi è CASTORE, nato da un accordo del 2004 con il Ministero per i beni e le attività culturali e realizzato insieme agli Archivi di Stato toscani. Il progetto ha riprodotto in alta risoluzione, catalogato e georeferenziato oltre 12.000 mappe del catasto leopoldino-ferdinandeo: quello della Toscana continentale, rilevato tra il 1819 e il 1825, e quello della Toscana insulare, rilevato tra il 1840 e il 1845. Le mappe sono consultabili gratuitamente in due modi: come singola riproduzione d’archivio con la sua scheda informativa, oppure come mosaico georeferenziato, cioè un insieme continuo di fogli che si può sovrapporre alla cartografia attuale per vedere cosa è cambiato in due secoli.
Come si usano in un progetto GIS
Per chi lavora con QGIS o con un altro software GIS, il modo più pratico di accedere a CASTORE è il servizio WMS dedicato, che espone 19 diversi livelli informativi: oltre alle mappe catastali storiche, ci sono la Mappa Geometrica della Toscana del 1830, le quadrettature dei fogli, i punti di controllo a terra e persino le mappe catastali della provincia di Grosseto degli anni 1940-1950. Collegando questo servizio a un progetto si ottiene uno sfondo storico pronto da confrontare con ortofoto e cartografia tecnica attuale, senza dover scansionare o georeferenziare nulla da zero.
Attenzione alle licenze: non tutto si può riusare allo stesso modo
Un punto che chi fa consulenza o servizi commerciali deve tenere presente riguarda le licenze. Le mappe catastali di CASTORE sono distribuite con licenza Creative Commons Attribuzione-NonCommerciale-CondividiAlloStessoModo, mentre il servizio WMS ha una licenza più restrittiva, Attribuzione-NonCommerciale-NonOpereDerivate, che non ammette la creazione di opere derivate. In pratica: si possono consultare, studiare e citare liberamente, ma vanno verificati i termini prima di inserirle in un prodotto o in un servizio venduto a terzi, anche solo come sfondo cartografico di un’applicazione.
Il quadro nazionale: il catasto non finisce in Toscana
Il discorso vale ben oltre la Toscana. La cartografia catastale attuale, quella con valore amministrativo, è gestita a livello nazionale dall’Agenzia delle Entrate e si consulta tramite un servizio WMS in standard 1.3.0, utilizzabile direttamente dai software GIS, con l’eccezione delle province di Trento e Bolzano, che adottano un sistema catastale diverso. Gli archivi storici digitalizzati e georeferenziati come CASTORE restano invece esperienze diffuse a macchia di leopardo: dove esistono sono una risorsa preziosa per enti locali, professionisti tecnici, università e studi di ricerca storica, e vale sempre la pena controllare se la propria regione o il proprio Archivio di Stato ne ha realizzato una analoga prima di pensare a digitalizzare mappe storiche da zero.
Perché conviene saperle leggere, non solo trovarle
Trovare l’archivio giusto è solo il primo passo: serve anche sapere come caricarlo correttamente in QGIS, allinearlo al sistema di riferimento corretto e distinguere cosa si può pubblicare e cosa resta per uso interno. Sono competenze che si acquisiscono con la pratica su dati reali, non solo leggendo la documentazione tecnica di un servizio WMS: chi lavora quotidianamente su cartografia storica e catasto lo sa bene, ed è il motivo per cui su questi temi conviene formarsi con casi concreti, non solo con tutorial generici.